ACTA: un trattato multilaterale aperto.
Torna d’attualità, dopo un periodo di critiche, discussioni e manifestazioni, la polemica sull’ACTA, l’ “anti-counterfeiting trade agreement“. A breve il Parlamento Europeo dovrà occuparsi del caso, e non è detto che non possano esserci sorprese. Nel frattempo la Commissione ha chiesto un parere alla Corte di Giustizia. Il testo del trattato è liberamente consultabile sul sito del Governo canadese (nostra fonte), nella sezione “Foreign Affairs and International Trade”, e noi cercheremo qui di commentare il testo del trattato per quanto ci compete, sapendo che anche l’Unione Europea ha partecipato a tutti i round negoziali.
Ciò che inizialmente va considerato è la natura del trattato. L’ACTA è un trattato multilaterale aperto di natura commerciale. E’ un testo principalmente basato sul law enforcement, in quanto molte sono le disposizioni che il trattato chiede di implementare al potere giudiziario di ogni parte aderente al trattato stesso. Nasce dall’esigenza di regolare un settore che negli ultimi venti anni ha assistito ad una regressione spaventosa, complice la carenza di regole internazionali che hanno favorito l’anarchia nel settore della protezione dei copyrights da Dakar a Napoli, da Shangai o Tiensin a New York. L’Osservatorio ha avuto il piacere di ascoltare, nel 2009, direttamente da un alto funzionario ONU (di origine italiana), come ultimamente interi settori dell’economia di Paesi in via di sviluppo si reggano sul mercato del falso, complice la sottile linea grigia tra economia formale in via di sviluppo, economia informale e assenza di regole.
Altro pilasto che emerge dal trattato è la cooperazione tra pubblico e privato nel law enforcement. A riguardo si esprime esplicitamente la sez. II cap. II “civil enforcement” del trattato, nella dicotomia creata tra “right holders” e “civil judicial procedures”. Questo è un trend recente che si è cercato di perseguire in un momento difficile anche per i Paesi occidentali, specie riguardo al constante aggiornamento che le pubbliche amministrazioni richiedono da quando esiste la rete per contrastare i nuovi crimini che attraverso la stessa è possibile perseguire. La partnership con il privato permette di abbassare i costi, redistribuirli verso gli stessi privati che ottengono in cambio la protezione legale delle loro attività e il contrasto della nuova criminalità economica attraverso strumenti giuridici e di polizia (con tutto ciò che questo comporta. Si pensi ad esempio al know how nel contrasto a fenomeni criminali che i privati non hanno mai avuto).
Sentiamo di specificare che il testo non è unicamente contro la rete, come può sembrare dalla propaganda emersa recentemente a proposito. Ciò che ci sentiamo di dire è che effettivamente sono presenti tratti che andranno, forse per la prima volta, a ridefinire la vita quotidiana della rete come comunemente la intendiamo. In realtà solo la sezione V del trattato è dedicata esplicitamente alla rete, se si esclude una veloce considerazione del “digital environment” nel preambolo. Quando si osserva questo trattato, si deve pensare che l’intero comparto del commercio deve essere compreso tra le righe del trattato, e la rete ne compone solo una parte. Ovviamente il trattato, come tutti i trattati commerciali, è figlio dell’impostazione liberale che il mondo occidentale si è dato nel corso dei secoli ma su questo non aggiungeremo altro, per timore di dover poi deviare troppo dall’argomento trattato. Il trattato opera in ambito WTO, a cui è possibile ricorrere in caso di dispute. E’ previsto anche dal testo, sebbene si tenda a dare risalto, come detto ai meccanismi di enforcement civile. Per i reati connessi al copyright sarà possibile prevedere il carcere, di cui all’art. 24 sez IV cap. II, sebbene ad ogni parte al trattato rimanga la libertà di scelta su come operare. 
La sez. V cap. II è intitolata “Enforcement of Intellectual Property Rights in the Digital Environment”. Qui, all’art. 2, viene detto che “each Party’s enforcement procedures shall apply to infringement of copyright or related rights over digital networks, which may include the unlawful use of means of widespread distribution for infringing purposes” sebbene è specificato che questo debba avvenire nel quadro del libero commercio (non deve creare barriere non tariffarie, in sostanza) e nel rispetto dei principi di libertà d’espressione, del giusto processo e della privacy. All’art. 3 viene invece chiarito il ruolo della partnership pubblico-privato nel settore del digital environment: ” Each Party shall endeavour to promote cooperative efforts within the business community to effectively address trademark and copyright or related rights infringement while preserving legitimate competition and, consistent with that Party’s law, preserving fundamental principles such as freedom of expression, fair process, and privacy. “. Ancora una volta si sottolineano i principi di libera espressione, giusto processo, privacy. Questo letteralmente significa che, se è possibile cooperare con i privati, questi non potranno sostituirsi allo Stato nè raccogliere informazioni indebitamente aggirando le regole basilari della, pur debole, disciplina sulla privacy. A riguardo, l’art. 4 specifica che: “A Party may provide, in accordance with its laws and regulations, its competent authorities with the authority to order an online service provider to disclose expeditiously to a right holder information sufficient to identify a subscriber whose account was allegedly used for infringement, where that right holder has filed a legally sufficient claim of trademark or copyright or related rights infringement, and where such information is being sought for the purpose of protecting or enforcing those rights. “. Ciò significa che in primis sarà l’autorità giudiziaria a dover autorizzare qualsiasi informazione ai privati. L’art. 4 a nostro avviso constituisce il quadro entro cui si è voluto delineare la modalità operativa della partnership pubblico-privato, in cui i ruoli sono ben definiti. Effettivamente il contrario avrebbe spinto i privati, nel tempo, a pervasive violazioni dei diritti fondamentali già menzionati. Nel secondo comma viene infine specificato che: “These procedures shall be implemented in a manner that avoids the creation of barriers to legitimate activity, including electronic commerce, and, consistent with that Party’s law, preserves fundamental principles such as freedom of expression, fair process, and privacy.” Ancora una volta il richiamo ai principi fondamentali già evidenziati, che si coordina con il quadro che fin qui abbiamo cercato di delineare.
Insomma, avremo strutture giudiziarie operative più snelle, che potranno agire più velocemente (si noti il termine “expeditiously” di cui art.4) e di concerto con i privati, per avere un quadro del caso. I privati, di contro, avranno accesso a informazioni utili per prevenire la criminalità informatica (nuovi meccanismi di protezione ecc.). A riguardo crediamo che debba essere rafforzata la normativa sulla privacy, in modo che il trattato agisca coordinatamente ad un più forte principio di privacy, in quanto a nostro avviso non emerge una vera deriva spionistica da questo trattato, ma viene solamente chiesto di aumentare la capacità di risposta ai nuovi fenomeni digitali. Ad esempio si potrebbe chiedere di legalizzare il peer-to peer che non contenga contenuti che violano le leggi sul copyright.
Sembra che l’ultimo draft dell’ACTA sia un buon trattato, che dà una risposta ai fenomeni illegali del commercio conscio anche delle nuove problematiche legate al web. Ogni azione dell’autorità giudiziaria dovrà essere subordinata ai principi legati ai diritti fondamentali come privacy, giusto processo, libertà d’espressione. Non ci saranno, a nostro avviso, privati che grazie all’ACTA potranno acquisire legalmente informazioni che non gli competono, e ci sarà, per la “civil jurisdiction” la possibilità di interagire con uno dei nuovi spazi dell’azione umana, la rete, dopo una latitanza delle autorità durata più di vent’anni. L’attenzione, a nostro avviso, dovrebbe come detto spostarsi sulla disciplina della privacy, rinnovata e armonizzata, a cui affiancare veri meccanismi di tutela capaci di poter agire in giudizio.
Per ulteriori dettagli sul mercato unico digitale, altro argomento correlato al tema, rimandiamo al dossier realizzato dall’Osservatorio e presente sul nostro sito: http://web.dte.uniroma1.it/osservatorio/
Grecia, Grecia e ancora Grecia
E’ stato firmato due giorni fa l’accordo tra le istituzioni europee e il Governo greco, al termine di una concitata mediazione sul caso che ha tenuto tutti gli interlocutori intorno ad un tavolo fino a tarda notte. Atene dovrà raggiungere il 120% PIL entro il 2020, riducendo i profitti attesi delle banche che avevano investito in obbligazioni. L’accordo permetterà la cancellazione di 107 miliardi di debito, una riduzione del margine dei “greek loan facility” da 200 a 150 punti base e una redistribuzione dei profitti per le attività detenute da Banca Centrale Europea verso i Governi, passando per le Banche centrali nazionali (fonte: Institute of International Finance e Sole 24 Ore).
Oltre l’accordo, sembra che stia vincendo -non senza perdite- la politica europea, dimostrando che il dialogo ai massimi vertici dei Paesi dell’eurozona è ormai realtà concreta, capace di incidere anche pesantemente nella vita dei singoli Stati. Diverse sono state le doléances degli Stati: l’ Olanda, forse memore dei bilanci greci truccati da Goldman Sachs, chiede una presenza permanente della c.d. “troika” (Banca Centrale, Fondo Monetario e UE) come garanzia del rispetto per gli impegni presi, la Lagarde (FMI) annuncia interventi massicci entro Marzo, e ciò potrebbe prefigurare un’ingerenza nella sovranità delle politiche economiche greche.
Ciò che a nostro avviso emerge dal fiume di informazioni ormai pubblicamente disponibili sul caso greco è una partita aperta sul fronte delle misure fiscali, keynesianamente intraprese da Paesi come l’Italia o la Spagna e ad oggi richieste alla Grecia. Se riguardo alla politica monetaria dell’intera area euro la BCE sembrà aver rotto il taboo dell’interventismo, adottando misure standard (taglio dei tassi di 25 pb e ridimensionamento del rischio atteso) come non standard (due operazioni di rifinanziamento di lungo periodo) in virtù della “medium term price stability”, cosa che è prevista nel suo mandato, molto viene chiesto agli Stati sotto il profilo delle misure fiscali.
Come ha recentemente affermato P. Praet, mebro del board esecutivo della BCE, “For both policies to successfully do their jobs, a clear assignment of their objectives and reign of action is warranted in a monetary union. While fiscal policy is ideally suited to absorb country-specific shocks, monetary policy safeguards price stability in the monetary union as a whole.” Azioni quindi congiunte tra politiche monetarie e fiscali che andranno ad operare nel quadro di una più ampia riforma della governance economica europea (il c.d. six pack).
E’ in questo scenario che dobbiamo leggere le pesanti misure richieste ad Atene. In sostanza si chiede che la Grecia faccia la sua parte, e preoccupa non poco l’esposizione delle banche tedesche e francesi sui titoli greci (e sui cds che questi hanno in pancia, ma farne una stima è difficile vista l’opacità di questi prodotti e la ritrosia delle banche a parlarne). Tra i detentori del debito di Atene c’è anche la BCE, che ha infranto un altro taboo e molti fondi sovrani, i nuovi attori emergenti dello scenario geofinanziario globale. C’è da considerare però che se la BCE ha adottato misure non standard, la Grecia sta facendo tagli draconiani, l’Italia e la Spagna hanno percorso la strada della recessione delle loro economie reali (in vista di un rilancio tra qualche anno), nulla di significativo è stato fatto affinchè la crisi finanziaria strutturale a cui abbiamo assistito non si verifichi in futuro. Chi si aspettava una vera Basilea III, una nuova MIFID, una tassa sulle transazioni finanziarie, l’abolizione di molti settori OTC o delle dark pools, del trading forsennato nel maremagnum dei futures su commodities, è rimasto deluso, motivo per cui le riforme possono essere considerate come diretta emanazione del modo di formulare aspettative degli operatori di politica economica, non degli agenti.
Chi però si attende un’uscita della Grecia dall’euro, rimarrà deluso. Siamo convinti che l’UE rialzerà la testa più forte di prima, che imparerà presto la lezione e, sulla scia delle teorie USA legate proprio alla “lesson learned”, saprà farsi polo geofinanziario di una riforma globale per la finanza sostenibile. Non ci saranno defezioni, l’UE funzionerà, nelle accademie si inizierà a studiare la geofinanza. Come ha infatti sottolineato ieri il Presidente del Consiglio Italiano Mario Monti nella relazione al COPASIR, il comitato di Controllo per i Servizi di Sicurezza, oltre alle classiche minacce legate al terrorismo internazionale e nazionale o alla criminalità organizzata, l’Italia dovrà saper far fronte, nel prossimo futuro, alle ingerenze economiche e finanziarie, perseguite con finalità geopolitiche, di soggetti economici pubblici e privati. Ci auguriamo che la UE, in questo scenario del prossimo futuro, saprà essere risposta e non causa, promuovendo le politiche più adatte a preservare la stabilità dell’intera eurozona.
Torino capitale europea dello sport
Si è svolta ieri, alla presenza del Ministro Piero Gnudi, la cerimonia per lanciare la candidatura europea di Torino come capitale dello sport per il 2015. Torino è dotata di un’ottima rete infrastrutturale ed è calata pienamente nelle dinamiche nordeuropee, nonostante sia una delle più importanti città di uno Stato considerato “della sponda Sud”, ambivalenza che crediamo potrà giocare a suo vantaggio. Guardando alla geografia europea infatti, Torino consente, insieme a pochi altri centri del nord Italia, la storica interconnessione del Paese con l’ambiente mitteleuropeo, come testimonia l’assetto urbanistico e architettonico di questa città, ma nello stesso modo proietta il Nord Europa verso l’area mediterranea. Sebbene questa affermazione potrebbe sembrare propagandistica, non è errato sostenere che Torino unisce l’Europa.
Recentemente ha visto un cambio al vertice, con l’ingresso del nuovo Sindaco, calatosi da subito nella realtà finanziaria del territorio. Priorità politiche a parte, dopo la clamorosa rinuncia di Roma alle Olimpiadi, Torino ha un’importante occasione “per accrescere la visibilità internazionale della città” e -aggiungiamo- dell’Italia tutta, creando quelle fondamentali sinergie tra il governo dell’Europa e l’ambiente locale che concorrono più di altre politiche a recuperare una distanza forse strutturale tra l’architettura dell’euroburocrazia e i cittadini, ad oggi italiani ed europei.
Affinchè “vengano fatti gli Europei” iniziative del genere diventano forse più importanti delle iniezioni di liquidità della BCE o del corretto funzionamento del mercato interbancario. Auguriamo perciò a Torino il meglio che si possa ottenere da una candidatura come questa e Vi chiediamo: che ne pensate? Ha delle possibilità?
Siete tutti invitati a replicare!

