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Torino capitale europea dello sport

Si è svolta ieri, alla presenza del Ministro Piero Gnudi, la cerimonia per lanciare la candidatura europea di Torino come capitale dello sport per il 2015. Torino è dotata di un’ottima rete infrastrutturale ed è calata pienamente nelle dinamiche nordeuropee, nonostante sia una delle più importanti città di uno Stato considerato “della sponda Sud”, ambivalenza che crediamo potrà giocare a suo vantaggio. Guardando alla geografia europea infatti, Torino consente, insieme a pochi altri centri del nord Italia,  la storica interconnessione del Paese con l’ambiente mitteleuropeo, come testimonia l’assetto urbanistico e architettonico di questa città, ma nello stesso modo proietta il Nord Europa verso l’area mediterranea. Sebbene questa affermazione potrebbe sembrare propagandistica, non è errato sostenere che Torino unisce l’Europa.

Recentemente ha visto un cambio al vertice, con l’ingresso del nuovo Sindaco, calatosi da subito nella realtà finanziaria del territorio. Priorità politiche a parte, dopo la clamorosa rinuncia di Roma alle Olimpiadi, Torino ha un’importante occasione “per accrescere la visibilità internazionale della città” e -aggiungiamo- dell’Italia tutta, creando quelle fondamentali sinergie tra il governo dell’Europa e l’ambiente locale che concorrono più di altre politiche a recuperare una distanza forse strutturale tra l’architettura dell’euroburocrazia e i cittadini, ad oggi italiani ed europei.

Affinchè “vengano fatti gli Europei” iniziative del genere diventano forse più importanti delle iniezioni di liquidità della BCE o del corretto funzionamento del mercato interbancario. Auguriamo perciò a Torino il meglio che si possa ottenere da una candidatura come questa e Vi chiediamo: che ne pensate? Ha delle possibilità?

Siete tutti invitati a replicare!

L’Europa al contrattacco: nuovi limiti agli hedge fund

Dopo la crisi che ha colpito la moneta unica nell’ultimo mese, con un crollo di circa il 15% della sua valutazione rispetto al dollaro, la risposta dell’Unione non si è fatta attendere. Con una decisione che ha suscitato la contrarietà del nuovo governo britannico, i ministri dell’Ecofin hanno deciso infatti di porre seri limiti all’attività degli hedge fund (fondi speculativi) in Europa. Si tratta di una serie di restrizioni e di obblighi che i manager di questi fondi avranno l’obbligo di rispettare per poter ottenere il “passaporto UE”, cioè l’autorizzazione ad operare sul mercato europeo; ad esempio, queste restrizioni colpiscono il “leverage”, cioè il ricorso alla leva del debito: i fondi avranno l’obbligo di rispettare parametri di bilancio molto rigorosi e di limitare il ricorso al debito per finanziare i loro investimenti. Inoltre, le restrizioni sarebbero maggiori per tutti quei fondi di paesi extra-europei che investono sui nostri mercati, compresi i fondi sovrani asiatici e i fondi gestiti da aziende europee ma con sede in paesi terzi (è il caso della maggior parte dei fondi britannici, che costituiscono l’80% dei fondi europei); proprio quest’ultimo provvedimento aveva suscitato la reazione del governo britannico.

La sede della Banca Centrale Europea – Francoforte

Anche se la decisione presa non è ancora definitiva (Consiglio EuropeoParlamento Europeo si pronunceranno entro luglio), la sensazione è che si tratti di una semplice ritorsione dei governi europei contro i presunti responsabili dell’attacco all’euro delle scorse settimane. Al di là delle necessità di maggior trasparenza nei bilanci di questi fondi, auspicabile già da tempo visto che era totalmente inesistente in passato, qualcuno dovrebbe ricordare ai ministri finanziari dell’UE che la caduta dell’euro ha un’origine interna e dipende dalle incertezze (legittime) che i mercati hanno per il futuro economico dell’Europa. La bassa crescita economica e i bilanci pubblici in situazione pietosa non sono invenzioni degli hedge fund, ed è lì, nella debolezza economica dell’Unione Europea, unita alla tradizionale mancanza di coordinamento nelle soluzioni adottate dai singoli paesi, la causa principale della fragilità della moneta unica.

La soluzione, per questo, non sta nel porre sotto un controllo così rigido l’attività degli hedge fund, da cui un Unione Europea più forte e più coesa a livello economico e a livello politico non avrebbe nulla da temere (tanto che gli Usa sono solo marginalmente toccati dal problema, anche se pure il loro debito pubblico comincia ad assumere proporzioni allarmanti). La soluzione sta in un maggior coordinamento delle politiche economiche, finalizzato a un maggior rigore dei bilanci pubblici e al sostegno della crescita economica europea.

A. A. A. cercasi leader per l’Unione Europea

Herman Van Rompuy e Catherine Ashton - Europress

Quando a novembre i leader europei decisero di affidare il ruolo di Presidente stabile del Consiglio Europeo al belga Herman Van Rompuy e quello di Alto Rappre-sentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza (PESC) alla britannica Catherine Ashton, le reazioni furono molto negative e lo scetticismo ha dominato a lungo tra i commentatori politici. I giornali europei parlarono di una scelta discutibile che premiava “politici scialbi privi di carisma”, scelti per non porre ostacoli di alcun tipo alle iniziative dei singoli leader nazionali; rischio già paventato, in precedenza, da chi aveva sostenuto le candidature di Tony Blair e di Massimo D’Alema, figure più carismatiche e in grado, forse, di dettare l’agenda politica agli Stati membri.

A distanza di alcuni mesi le pessime aspettative che ci si era prefigurati sembrerebbero essere state confermate. Tutti ricordano la pessima figura fatta dall’Unione Europea al vertice sulla sicurezza nucleare, tenutosi a Washington lo scorso 13 aprile: tra gli invitati, Van Rompuy fu l’unico a doversi accontentare di una semplice stretta di mano da parte di Barack Obama; agli incontri bilaterali sul tema, il presidente americano si intrattenne con Angela Merkel, senza degnare dello stesso trattamento il rappresentante dell’UE, che non godeva (e non gode tuttora) di gran fama internazionale e per giunta ricopriva un incarico dai contorni ancora incerti e confusi.

Herman Van Rompuy - Wikipedia

L’inutilità del suo ruolo è diventata ancora più evidente nelle ultime fasi della crisi greca, quando, per sbloccare definitivamente il piano europeo d’aiuti per la Grecia, il presidente della BCE Trichet e quello dell’FMI Strauss-Kahn si sono recati a Berlino per premere sul governo Merkel e sul Parlamento tedesco affinché accettassero di sostenere il prestito. Nessuno si chiese dove fosse finito l’omino belga perché nessuno si ricordava che esistesse.

Al di là delle battute sarcastiche, un dato è certo: l’Unione Europea deve affrontare uno scenario internazionale sempre più complesso e deve farlo con le molteplici difficoltà causate da un sistema intergovernativo: ogni soluzione è frutto di un difficoltoso processo decisionale, in cui risulta ancora determinante il consenso degli Stati membri principali. La figura del Presidente del Consiglio Europeo è ancora troppo marginale per rappresentare l’UE a livello internazionale e non gode dell’autorità necessaria per coordinare adeguatamente i lavori del Consiglio Europeo: il Trattato di Lisbona è troppo vago in tema perché non specifica in modo adeguato i poteri di cui deve disporre e si limita a precisare che sostituirà l’attuale presidenza a rotazione semestrale. Era opinione comune che questa carica sarebbe stata rimodellata in concreto dall’azione personale dei primi che l’avrebbero ricoperta, se fossero stati in grado di ritagliarsi da soli uno spazio adeguato nell’impianto istituzionale europeo: allo stato attuale, il contributo in merito dell’ex-primo ministro belga è pari a zero (ma si spera di essere prontamente smentiti dalle iniziative future).

A tale problema, in questi primi mesi, si è aggiunta addirittura l’assurda diarchia tra presidenza semestrale (spagnola, affidata al premier spagnolo Zapatero) e presidenza stabile (affidata a Van Rompuy), che rende ancora più confuso l’impianto istituzionale europeo.

È impensabile poter affrontare situazioni molto complesse con un impianto istituzionale così farraginoso e confuso. Dobbiamo augurarci, perciò, che i nostri leader europei se ne accorgano e cerchino di porvi rimedio, prima o poi, se non vogliamo diventare una realtà sempre più marginale sullo scenario internazionale, sempre più dominato dal binomio Usa-Cina. 

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