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ACTA: un trattato multilaterale aperto

Torna d’attualità, dopo un periodo di critiche, discussioni e manifestazioni, la polemica sull’ACTA, l'”anti-counterfeiting trade agreement“. A breve il Parlamento Europeo dovrà occuparsi del caso, e non è detto che non possano esserci sorprese. Nel frattempo la Commissione ha chiesto un parere alla Corte di Giustizia. Il testo del trattato è liberamente consultabile sul sito del Governo canadese (nostra fonte), nella sezione “Foreign Affairs and International Trade”, e noi cercheremo qui di commentare il testo del trattato per quanto ci compete, sapendo che anche l’Unione Europea ha partecipato a tutti i round negoziali.

Ciò che inizialmente va considerato è la natura del trattato. L’ACTA è un trattato multilaterale aperto di natura commerciale. E’ un testo principalmente basato sul law enforcement, in quanto molte sono le disposizioni che il trattato chiede di implementare al potere giudiziario di ogni parte aderente al trattato stesso. Nasce dall’esigenza di regolare un settore che negli ultimi venti anni ha assistito ad una regressione spaventosa, complice la carenza di regole internazionali che hanno favorito l’anarchia nel settore della protezione dei copyrights da Dakar a Napoli, da Shangai o Tiensin a New York.  L’Osservatorio ha avuto il piacere di ascoltare, nel 2009, direttamente da un alto funzionario ONU (di origine italiana), come ultimamente interi settori dell’economia di Paesi in via di sviluppo si reggano sul mercato del falso, complice la sottile linea grigia tra economia formale in via di sviluppo, economia informale e assenza di regole.

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La privacy da proteggere.

Riusciamo a tenere sotto controllo la nostra identità on-line? Abituati a vivere tra svariati social network (Facebook, Twitter, MySpace…..), spesso non ci accorgiamo della trappola in cui rischiamo di cadere: decine di dati personali che immettiamo in rete e che prima o poi qualche estraneo non esiterà a raccogliere.

Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook

Può sembrare un timore eccessivo, ma è in realtà un problema all’ordine del giorno, se l’Autorità Garante per la Privacy in Italia si è sentito in dovere di redigere un vademecum per gli utenti dei social network: molti di loro, ad esempio, ignorano che in certi casi è impossibile “cancellare” il proprio account e che si può solo “disattivarlo”, e i dati precedentemente inseriti resteranno per chissà quanto tempo negli archivi informatici dell’azienda che ha fornito il servizio.

I rischi connessi sono molteplici e vanno attentamente vagliati. Alcuni social network si finanziano con le pubblicità che inseriscono e che sono attentamente scelte in base alle informazioni disponibili degli utenti (un “single” spesso si vede comparire pubblicità di siti per cuori solitari); persone sconosciute possono visitare i nostri profili e accedere alle nostre informazioni personali; foto indesiderate che ci ritraggono possono essere inserite contro la nostra volontà (occhio agli ex indiavolati!). Insomma, il rischio è dietro l’angolo: anche se, come ha sostenuto David Aaronovitch in un recente articolo pubblicato sul Times, i giovani oggi hanno perso la riservatezza che li contraddistingueva in passato nel rapporto con gli adulti (tanto da non preoccuparsi se i genitori di tanto in tanto danno un’occhiatina alla loro pagina su Facebook), conviene fare molta attenzione.

Le stesse istituzioni europee sono scese in campo per preservare il diritto alla privacy dei cittadini dell’Unione. Questo diritto, d’altra parte, è stato riconosciuto fin dal 2000 dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea: l’articolo 7 stabilisce che “ogni individuo ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e delle sue comunicazioni”; l’articolo 8, invece, stabilisce che “ogni individuo ha diritto alla protezione dei dati di carattere personale che lo riguardano” e che “tali dati devono essere trattati […] in base al consenso della persona interessata”. È stato quindi istituito un Garante europeo della protezione dei dati (GEPD) che vigila sul rispetto di tale diritto da parte delle istituzione europee.

Bisogna ricordare, però, che molti social network hanno sede giuridica fuori dall’Unione Europea e, pertanto, i nostri diritti in molti casi non vengono tutelati dalla legislazione comunitaria. Per questo, il 10 febbraio di quest’anno la Commissione Europea ha stretto un accordo con i principali siti di social network mondiali per il rispetto della privacy degli utenti europei.

Nei prossimi anni, dunque, lo sviluppo dei nuovi media richiederà una maggiore attenzione sia da parte delle istituzioni, in primis l’Unione Europea, che dovranno vigilare sul comportamento dei vari siti (compresi quelli di E-Commerce per gli acquisti on-line), sia da parte di chi naviga in Internet, che dovranno essere più cauti nell’immettere i propri dati nel web.

La pirateria al bando dall’UE (forse….)

Chi di voi non ha mai scaricato una canzone da eMule? Alzi la mano chi non ha mai scaricato un film o l’ultima serie di Lost da Torrent. Il download di file audio-visivi da una rete peer-to-peer sembra un gesto tanto semplice quanto innocuo; peccato che inconsapevolmente possiate rischiare guai seri con la giustizia. La protezione dei diritti d’autore (copyrights), infatti, è ormai  uno dei temi fondamentali da affrontare in un contesto di grande sviluppo del mondo Web. Se Internet, da un lato, è un eccezionale strumento di diffusione dei contenuti (file musicali e audio-visivi di ogni tipo viaggiano da un lato all’altro del pianeta in pochi secondi), dall’altro rappresenta un mezzo efficace per aggirare i diritti d’autore e diffondere gratuitamente le opere altrui. Il tema è complesso e cercheremo di affrontarlo senza pregiudizi.

Uno degli atti più controversi (e più noti) su questo tema è rappresentato dall’istituzione in Francia, agli inizi dell’anno, della Hadopi, un’autorità indipendente che avrà il compito di individuare e punire chi scarica file illegalmente da Internet; la pena prevista, alla terza violazione consecutiva del copyright, è addirittura l’esclusione temporanea dall’accesso a Internet. La creazione dell’Hadopi ha suscitato fin da subito l’interesse dei governi occidentali, nel tentativo costante di arginare il fenomeno della pirateria on-line.  Dal 2008, infatti, sono in corso i negoziati tra Unione Europea e gli altri paesi dell’OCSE per l’Accordo Commerciale Anti-Contraffazione (ACTA), volto a porre un freno ai download illegali. Ma il punto è: si tratta davvero di una “piaga” da arginare a tutti i costi oppure è una questione trascurabile perché il futuro è l’accesso totalmente libero e gratuito a qualsiasi tipo di contenuto?

In realtà la questione è molto più complessa e il dibattito rischia di degenerare e portare a proposte radicali che non risolverebbero affatto il problema. Legalizzare la pirateria, infatti, appare irragionevole come lo sono leggi liberticide come quella francese. Purtroppo, la volontà repressiva dei governi appare evidente e lo stesso andamento dei negoziati ACTA lo dimostra: una risoluzione del Parlamento Europeo, datata 10 marzo 2010, denuncia la mancanza di trasparenza da parte della Commissione Europea sulle trattative in corso e paventa il rischio di misure liberticide (come perquisizioni e confische alla frontiera di supporti digitali come lettori mp3 o simili) che contrastano con la legislazione europea sui diritti individuali. All’Hadopi, in un primo momento, era stato addirittura conferito il potere di interdire con effetto immediato l’accesso sul Web ai trasgressori del copyright: solo le proteste del Parlamento europeo, che ha definito l’accesso a Internet un diritto fondamentale che può essere revocato solo dopo un regolare processo, hanno limitato la portata del provvedimento, spingendo la Corte costituzionale francese a bocciare la legge istitutiva; successivamente, la legge è stata riproposta, garantendo, però, il diritto a un regolare processo prima di ricevere la sanzione.

Qual è dunque la soluzione? La soluzione, probabilmente, sta nello sviluppo delle nuove tecnologie, che nel cinema stanno riscuotendo enorme successo sia di pubblico, sia nella lotta alla pirateria (i film in 3D, come Avatar”, incentivano lo spettatore a recarsi al cinema per godere appieno della qualità delle immagini). Un’alternativa può essere lo sviluppo di siti per il download legale e a prezzi contenuti (la SIAE in Italia ha proposto la creazione del sito “Legal Bay”, in chiara contrapposizione a “Pirate Bay”).

Bisogna, invece, evitare le campagne persecutorie oggi in vigore, perché sono decisamente eccessive e inutili:  negli Stati Uniti, per fare un esempio, nel 2009 una madre single è stata condannata a pagare 1,9 milioni di dollari per aver scaricato 24 brani di musica su Kazaa. Senza contare che una legge troppo repressiva lederebbe solo i diritti individuali, senza preservare la proprietà intellettuale.

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