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Grecia, Grecia e ancora Grecia

E’ stato firmato due giorni fa l’accordo tra le istituzioni europee e il Governo greco, al termine di una concitata mediazione sul caso che ha tenuto tutti gli interlocutori intorno ad un tavolo fino a tarda notte. Atene dovrà raggiungere il 120% PIL entro il 2020, riducendo i profitti attesi delle banche che avevano investito in obbligazioni. L’accordo permetterà la cancellazione di 107 miliardi di debito, una riduzione del margine dei “greek loan facility” da 200 a 150 punti base e una redistribuzione dei profitti per le attività detenute da Banca Centrale Europea verso i Governi, passando per le Banche centrali nazionali (fonte: Institute of International Finance e Sole 24 Ore).

Oltre l’accordo, sembra che stia vincendo -non senza perdite- la politica europea, dimostrando che il dialogo ai massimi vertici dei Paesi dell’eurozona è ormai realtà concreta, capace di incidere anche pesantemente nella vita dei singoli Stati. Diverse sono state le doléances degli Stati: l’ Olanda, forse memore dei bilanci greci truccati da Goldman Sachs, chiede una presenza permanente della c.d. “troika” (Banca Centrale, Fondo Monetario e UE) come garanzia del rispetto per gli impegni presi, la Lagarde (FMI) annuncia interventi massicci entro Marzo, e ciò potrebbe prefigurare un’ingerenza nella sovranità delle politiche economiche greche.

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A. A. A. cercasi leader per l’Unione Europea

Herman Van Rompuy e Catherine Ashton - Europress

Quando a novembre i leader europei decisero di affidare il ruolo di Presidente stabile del Consiglio Europeo al belga Herman Van Rompuy e quello di Alto Rappre-sentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza (PESC) alla britannica Catherine Ashton, le reazioni furono molto negative e lo scetticismo ha dominato a lungo tra i commentatori politici. I giornali europei parlarono di una scelta discutibile che premiava “politici scialbi privi di carisma”, scelti per non porre ostacoli di alcun tipo alle iniziative dei singoli leader nazionali; rischio già paventato, in precedenza, da chi aveva sostenuto le candidature di Tony Blair e di Massimo D’Alema, figure più carismatiche e in grado, forse, di dettare l’agenda politica agli Stati membri.

A distanza di alcuni mesi le pessime aspettative che ci si era prefigurati sembrerebbero essere state confermate. Tutti ricordano la pessima figura fatta dall’Unione Europea al vertice sulla sicurezza nucleare, tenutosi a Washington lo scorso 13 aprile: tra gli invitati, Van Rompuy fu l’unico a doversi accontentare di una semplice stretta di mano da parte di Barack Obama; agli incontri bilaterali sul tema, il presidente americano si intrattenne con Angela Merkel, senza degnare dello stesso trattamento il rappresentante dell’UE, che non godeva (e non gode tuttora) di gran fama internazionale e per giunta ricopriva un incarico dai contorni ancora incerti e confusi.

Herman Van Rompuy - Wikipedia

L’inutilità del suo ruolo è diventata ancora più evidente nelle ultime fasi della crisi greca, quando, per sbloccare definitivamente il piano europeo d’aiuti per la Grecia, il presidente della BCE Trichet e quello dell’FMI Strauss-Kahn si sono recati a Berlino per premere sul governo Merkel e sul Parlamento tedesco affinché accettassero di sostenere il prestito. Nessuno si chiese dove fosse finito l’omino belga perché nessuno si ricordava che esistesse.

Al di là delle battute sarcastiche, un dato è certo: l’Unione Europea deve affrontare uno scenario internazionale sempre più complesso e deve farlo con le molteplici difficoltà causate da un sistema intergovernativo: ogni soluzione è frutto di un difficoltoso processo decisionale, in cui risulta ancora determinante il consenso degli Stati membri principali. La figura del Presidente del Consiglio Europeo è ancora troppo marginale per rappresentare l’UE a livello internazionale e non gode dell’autorità necessaria per coordinare adeguatamente i lavori del Consiglio Europeo: il Trattato di Lisbona è troppo vago in tema perché non specifica in modo adeguato i poteri di cui deve disporre e si limita a precisare che sostituirà l’attuale presidenza a rotazione semestrale. Era opinione comune che questa carica sarebbe stata rimodellata in concreto dall’azione personale dei primi che l’avrebbero ricoperta, se fossero stati in grado di ritagliarsi da soli uno spazio adeguato nell’impianto istituzionale europeo: allo stato attuale, il contributo in merito dell’ex-primo ministro belga è pari a zero (ma si spera di essere prontamente smentiti dalle iniziative future).

A tale problema, in questi primi mesi, si è aggiunta addirittura l’assurda diarchia tra presidenza semestrale (spagnola, affidata al premier spagnolo Zapatero) e presidenza stabile (affidata a Van Rompuy), che rende ancora più confuso l’impianto istituzionale europeo.

È impensabile poter affrontare situazioni molto complesse con un impianto istituzionale così farraginoso e confuso. Dobbiamo augurarci, perciò, che i nostri leader europei se ne accorgano e cerchino di porvi rimedio, prima o poi, se non vogliamo diventare una realtà sempre più marginale sullo scenario internazionale, sempre più dominato dal binomio Usa-Cina. 

Arriva il piano salva-Grecia

Un prestito da 30 miliardi di euro nel primo anno ad un tasso di interesse inferiore di quello di mercato. Dopo settimane di notizie contrastanti, dovute in massima parte alla rigida posizione della Germania, il piano di salvataggio europeo sembra diventare realtà. In conferenza telefonica, lo scorso weekend, i ministri economici dell’Eurozona si sono accordati su un piano di prestiti bilaterali regolato dalla Commissione e erogato dalla Bce al tasso d’interesse del 5%, inferiore al 7% vigente sul mercato (può essere considerato un tasso vantaggioso?). Le condizioni del prestito, non ancora ben definite, saranno simili a quelle poste dal Fmi. Probabilmente, a muovere i Peasi dell’Eurozona sono state le notizie provenienti dai mercati finanziari e l’innalzamento dei tassi d’interesse sui bond greci.

Intanto continuano le critiche di chi additava l’euro tra le ragioni del default greco   ( si veda l’artcolo di P. Krugman Cosa ci insegna la crisi della Grecia”) e i greci  attuano il loro piano anticrisi, snobbando l’Eurozona e varcando i confini della Bulgaria per acquisti convenienti e basso prezzo!

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