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Notte prima del convegno…

In attesa del Convegno di domani, vi proponiamo una piccola anticipazione di due dossier, riguardanti il tema dell’integrazione, che saranno pubblicati nei prossimi giorni sul nostro sito.

Il problema dell’integrazione, del diverso, dell’altro è uno dei nodi centrali della riflessione di molti autori, anche recenti. Particolarmente importante è stato, nel secolo appena trascorso, l’apporto e il contributo di due tra i maggiori filosofi europei del Novecento, Jacques Derrida ed Emmanuel Levinas, che hanno saputo affrontare il tema dell’alterità e dell’altro con una radicalità assoluta e un coraggio di pensiero esemplare. Sui sentieri tracciati dai due filosofi si è incamminato il nostro Marco Bernabé, con il suo interessante dossier (L’Altro – Dossier_5_2009), che partendo dalla severa critica del filosofo lituano alla società contemporanea – colpevole di aver soffocato l’altro, totalizzando l’ego – giunge alla prospettiva del francese Derrida di una vera e propria politica dell’ospitalità, capace di fondare quella che lui stesso definisce “democrazia a venire”.

Di altro respiro, invece, il secondo approfondimento, in cui si è cimentata Barbara Ruffolo, partendo dalla considerazione che nel complesso processo di integrazione europea, le politiche sociali e del lavoro risultano in gran parte ancora strutturate su basi nazionali. Questa grave carenza di armonizzazione del mercato del lavoro europeo – secondo l’autrice del dossier “Mercato del lavoro: il grande assente” (Dossier_6_2009) – viene particolarmente accentuata soprattutto nella situazione di crisi attuale, che vede il tasso di disoccupazione europeo alzarsi a livelli preoccupanti. L’UE si sta muovendo su questo fronte attraverso programmi di sostegno del settore lavorativo sulla base di obiettivi, priorità e strategie elaborate dalla Commissione e che coinvolgeranno le responsabilità di ciascun Stato Membro. Riuscirà nella sua impresa?

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«Mamma li Turchi!»

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Un’integrazione difficile, piena di incognite e di paure. Questa la sensazione che emerge dalla lettura del nuovo dossier di Alessia Di Nucci,

pubblicato sul sito dell’Osservatorio Europeo.

I negoziati di adesione, aperti dalla Commissione e dal Consiglio nel 2004 e congelati appena due anni dopo, sembrano ormai totalmente

accantonati, a causa dei timori e dei tanto paventati rischi che l’ingresso del Paese di Mustafa Kemal nell’Unione Europea suscitano in tutto il Vecchio Continente.

Paure che non si limitano alla questione religiosa di un Paese laico, ma con una popolazione al 99% islamica. L’autrice individua infatti, molteplici fattori che minano il percorso di avvicinamento della Turchia all’UE, che vanno dal timore di un’influenza indiretta degli Stati Uniti nei processi decisionali europei (visti gli ottimi rapporti che li legano alla Turchia), alla constatazione dello stato d’affanno in cui versa l’Unione, a causa di un allargamento cui non sono seguite riforme interne, fino alla certezza che il Paese guidato da Erdogan, con i suoi 72 milioni di abitanti, sconvolga gli equilibri in seno al Parlamento europeo, cui il Trattato di Lisbona affida un ruolo ben più rilevante che in passato.

A queste considerazioni, si aggiunge inoltre negli ultimi tempi una decelerazione da parte turca nel processo di riforma, che appare ora meno omogeneo rispetto agli anni passati.

Una matassa ingarbugliata, dunque, a cui anche gli esperti stentano a dare una fisionomia chiara e che mette l’UE (e tutti noi) di fronte all’insoluto dilemma dell’individuazione delle proprie radici e dei suoi contenuti valoriali, operazione delicata ma necessaria, grazie alla quale si rafforzerebbe in maniera definitiva l’immagine di un’Unione che non è solo mero sistema economico.

Per consultare il dossier della nostra Alessia Di Nucci (“Turchia: un’integrazione difficile?”), potete consultare l’area dossier sul nostro sito http://www.dte.uniroma1.it/osservatorio/

Una nuova cortina di ferro?

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La recente crisi economica rischia di creare nuove spaccature in seno all’Europa.

A sostenerlo il dossier della nostra Alessandra Pellino, pubblicato qualche settimana fa  sul sito dell’Osservatorio Europeo.

«Da più parti si è addirittura parlato di una nuova cortina di ferro, ma le divisioni che potrebbero crearsi non sono semplicemente tra Est ed Ovest, a rischiare di restare indietro non sono cioè solo le Repubbliche ex sovietiche. Desta non poche perplessità la tendenza dell’Unione a lasciare i nuovi membri in balia del proprio destino concedendogli soltanto degli aiuti sporadici e di sicuro di entità inferiore rispetto al necessario. Senza un vero piano di aiuti l’Europa potrebbe spaccarsi di nuovo mandando così in fumo anni di sacrifici che avevano consentito un riavvicinamento ed una (pur parziale) integrazione».

Tre le possibili spaccature:

  • all’interno degli stessi Paesi aderenti all’Euro, tra chi vanta economie più solide e chi invece, come l’Italia, continua ad avere i conti “fuori posto”;
  • tra i Paesi dell’Eurozona e i membri UE che non hanno aderito alla moneta unica o che ancora ne sono esclusi («L’Euro si è rivelato una potente arma di difesa contro gli effetti più devastanti della crisi mentre le monete degli altri Paesi hanno subito svalutazioni considerevoli»);
  • tra i Paesi membri e tutti gli Stati che non ne fanno parte

«È proprio in quest’area – si legge nel dossier – che la crisi ha colpito con più violenza, basti pensare all’Ucraina, all’area dei Balcani ed all’Islanda. Molti di questi Paesi, Turchia compresa, vedono così aumentare la distanza tra loro e l’Unione nella quale speravano di entrare; è ovvio infatti che la solidarietà, già scarsa nella stessa Unione, al di fuori di essa è praticamente nulla».

Per leggere l’intero dossier di Alessandra Pellino (“La crisi che viene dall’Est”), potete consultare l’area dossier nel sito dell’Osservatorio Europeo http://www.dte.uniroma1.it/osservatorio/

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