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Austerity: una lezione da imparare.

La crisi c’è, ormai è un dato di fatto anche per noi italiani, che fino a ieri siamo stati, probabilmente in buona fede, rassicurati sulla virtuosa resistenza all’instabilità del nostro sistema economico.

Dallo scoppio della crisi greca,  in Italia come nel resto d’Europa, l’attenzione è puntata sulle manovre economiche in cantiere, ma soprattutto sull’entità del sacrificio con il quale si dovrà in un modo o nell’altro fare i conti.

La Spagna provvederà a tagliare del 5% gli stipendi pubblici nel corso del 2010, Dublino ha già provveduto a farlo per i prossimi due anni,  e la Grecia, punta di diamante della crisi, secondo il  piano dal nome crudo ma evocativo lacrime e sangue, provvederà a ridurli del 16%.

Italia e Portogallo hanno invece optato per un congelamento dei salari dei dipendenti pubblici nei prossimi anni.

Misure impopolari sembrano essere però  il cruccio un po di tutto il ceto politico Europeo;  la Merkel ha dovuto rimandare al 2012 i tagli alle tasse promessi in campagna elettorale,  Sarkozy prova a tenere sotto controllo una spesa pubblica stressata da uno stato sociale tradizionalmente espansivo, il neo-eletto premier britannico David Cameron annuncia di bloccare le assunzioni nel pubblico impiego e promette una forte sforbiciata ai costi della politica a cominciare da quelli governativi, sopprimendo le auto blu per i membri dell’esecutivo.

L’impopolarità di queste decisioni è confermata anche dai sondaggi che vedono le opposizioni guadagnare punti nei confronti delle forze politiche alla guida dei vari paesi membri; ma anche se l’umore degli europei sembra essere ai minimi storici, l’indice di fiducia dei consumatori ha infatti registrato questo mese il secondo peggior valore negli ultimi 20 anni, i cittadini sono  consapevoli delle difficoltà che li attendono.

Mentre si discute su dove e come tagliare, la parola d’ordine che riecheggia sembra essere equità; perchè se i cittadini sono ormai consapevoli dell’austerità che si prospetta, certo non fatta di stenti ma sicuramente foriera di una solida raddrizzata, in particolar modo sotto la voce consumi,  l’obiettivo  dei governi europei deve essere quello di distribuire il peso dello sforzo in modo equilibrato tra le parti sociali.

Le pensioni sono un’altro tasto dolente dei bilanci di mezza Europa, tra aumenti dell’età pensionabile, vedi Grecia e Francia, tagli netti e congelamenti, sembra che gli ultra sessantenni del vecchio continente dovranno abituarsi ad uno stile di vita  ben più morigerato.

Mentre si parla di nuove regole per gestire future crisi e nuove norme di controllo del mercato finanziario e dei suoi attori, i ministri dell’Ecofin si trovano a dover fare i conti con la riduzione del deficit della zona euro che nel 2009 è schizzato al 6,3% del PIL, contro il 2% stimato nel 2008.(dati eurostat)

L’eurozona sembra quindi aver imboccato la strada dell’austerità come rimedio al contagio della crisi greca ad altri paesi membri, in primis quelli economicamente instabili come la penisola ellenica.

Il prestito ottenuto dalla Grecia ha imposto al governo ellenico misure d’austerity che hanno portato il paese ad un passo dal collasso sociale, misure che porteranno ad un calo dell’occupazione ma soprattutto dei redditi e quindi dei consumi, riportando con i piedi per terra uno stato che, dal momento della sua entrata nella zona euro, ha vissuto comunque al di sopra delle sue capacità.

Una situazione che ben conoscono invece i cosiddetti Heavily Indebt Poor Countries (HIPC) africani, i quali ben sanno che  misure d’austerità rischiano di condurre ad una stagnazione del sistema economico attraverso il progressivo deperimento delle attività ancora sane; minando così le prospettive di crescita futura.

Questi paesi “potrebbero spiegare…” alla Grecia e all’Europa “..che non c’è alternativa se non la ristrutturazione del debito”,  naturalmente è inevitabile che questa scelta “comporti perdite anche per gli investitori internazionali, colpevoli di non aver preso le precauzioni necessarie quando hanno concesso i prestiti”. Cit. Jayati Gosh, The Economist.


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In Grecia è crisi sociale:le colpe del governo e dell’Europa-Germania


Ad Atene si respira un’aria pesante: è la sfiducia nel governo e nelle istituzioni a dominare, un sentimento che sta acquisendo connotati violenti e incontrollabili. Lo sciopero totale indetto contro il piano d’austerità ben ci da il segno di una società in preda al panico, disorientata.

Il piano d’austerità , approvato  mentre per le strade greche impazzava la protesta, ha cancellato le conquiste, vecchie 50 anni, dello Stato sociale: morte la tredicesima, la quattordicesima e le ferie pagate accompagnate da cospicui tagli a pensioni e stipendi pubblici. Si stima che ogni impiegato perderà in media tra il 15% e il 30% del proprio reddito annuo. I più colpiti rimangono i precari, quelli della cosiddetta “Generazione 595 euro”, che non più degni dei già miseri 700 euro al mese, vedono il loro stipendio scendere ancora.

La domanda sorge allora spontanea, per noi e per i greci: di chi la colpa della crisi greca? E quale la soluzione più giusta?

Le colpe del precedente governo sono ormai note e legate all’irresponsabilità della classe politica, uno scenario comune nel sud Europa: contraffazione dei conti pubblici, aumento esponenziale della spesa pubblica in fase pre-elettorale, mancanza di una strategia economica di lungo periodo volta a sanare i problemi strutturali dell’economia, scandali che vedono coinvolta la classe politica nell’utilizzo poco trasparente di soldi pubblici. E’ anche questo che esaspera i greci, la consapevolezza  che i soliti fortunati abbiano usufruito del denaro pubblico e che ora sia la povera gente a pagarne il prezzo.

E l’Europa dove ha sbagliato? Il premio ottenuto dalla Germania per l’attivazione del meccanismo di salvataggio è la convocazione del vertice straordinario dei Capi di Stato per ridisegnare in modo restrittivo le condizioni fiscali per l’appartenenza all’Uem (la stessa Germania che nel 2005 aveva premuto per l’allentamento dei parametri del Patto di Stabilità e Crescita). Ma è davvero questo quello di cui l’Europa ha bisogno?

Noi “comprendiamo”perfettamente le paure tedesche dovute alla ripercussioni sulle elezioni di oggi in Nordreno-Vestfalia della concessione dell’aiuto ai Greci, da compensare con la promessa di una maggiore rigidità fiscale.Vogliamo anche comprendere la necessità per la Germania di mantenere un euro forte (il cui valore è sceso velocemente in questi giorni), che sostenga il modello economico tedesco basato sulle esportazioni, infischiandosene delle condizioni strutturali di Paesi come la Grecia che al contrario vivono di importazioni. Quello che ci si domanda è allora:

Che senso ha un’Uem dove è il Paese più forte a dettare la politica monetaria?

Che senso ha un’Unione economica e monetaria dove ogni Paese può gelosamente perseguire la politica fiscale che preferisce, senza preoccuparsi delle ripercussioni sugli altri Paesi? E dove il potere d’acquisto dell’Euro cambia sensibilmente da Paese a Paese seguendo una pericolosa frattura Nord-Sud?

E quale il significato del termine “Crescita” del Patto di Stabilità, che prevede idefiniti ed inefficaci strumenti per il suo conseguimento?

La crisi greca ci ha mostrato un Europa ancora divisa dagli interessi nazionali. Il comportamento schizofrenico dell’Unione in questo frangente -ricordiamo che l’attivazione del salvataggio è seguita alle pressioni di Obama sulla Merkel- ci mostra ancora la mancanza di un centro decisionale unico. Si è forse evitata la crisi dell’Euro ma possiamo dire lo stesso riguardo il processo d’integrazione?

A. A. A. cercasi leader per l’Unione Europea

Herman Van Rompuy e Catherine Ashton - Europress

Quando a novembre i leader europei decisero di affidare il ruolo di Presidente stabile del Consiglio Europeo al belga Herman Van Rompuy e quello di Alto Rappre-sentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza (PESC) alla britannica Catherine Ashton, le reazioni furono molto negative e lo scetticismo ha dominato a lungo tra i commentatori politici. I giornali europei parlarono di una scelta discutibile che premiava “politici scialbi privi di carisma”, scelti per non porre ostacoli di alcun tipo alle iniziative dei singoli leader nazionali; rischio già paventato, in precedenza, da chi aveva sostenuto le candidature di Tony Blair e di Massimo D’Alema, figure più carismatiche e in grado, forse, di dettare l’agenda politica agli Stati membri.

A distanza di alcuni mesi le pessime aspettative che ci si era prefigurati sembrerebbero essere state confermate. Tutti ricordano la pessima figura fatta dall’Unione Europea al vertice sulla sicurezza nucleare, tenutosi a Washington lo scorso 13 aprile: tra gli invitati, Van Rompuy fu l’unico a doversi accontentare di una semplice stretta di mano da parte di Barack Obama; agli incontri bilaterali sul tema, il presidente americano si intrattenne con Angela Merkel, senza degnare dello stesso trattamento il rappresentante dell’UE, che non godeva (e non gode tuttora) di gran fama internazionale e per giunta ricopriva un incarico dai contorni ancora incerti e confusi.

Herman Van Rompuy - Wikipedia

L’inutilità del suo ruolo è diventata ancora più evidente nelle ultime fasi della crisi greca, quando, per sbloccare definitivamente il piano europeo d’aiuti per la Grecia, il presidente della BCE Trichet e quello dell’FMI Strauss-Kahn si sono recati a Berlino per premere sul governo Merkel e sul Parlamento tedesco affinché accettassero di sostenere il prestito. Nessuno si chiese dove fosse finito l’omino belga perché nessuno si ricordava che esistesse.

Al di là delle battute sarcastiche, un dato è certo: l’Unione Europea deve affrontare uno scenario internazionale sempre più complesso e deve farlo con le molteplici difficoltà causate da un sistema intergovernativo: ogni soluzione è frutto di un difficoltoso processo decisionale, in cui risulta ancora determinante il consenso degli Stati membri principali. La figura del Presidente del Consiglio Europeo è ancora troppo marginale per rappresentare l’UE a livello internazionale e non gode dell’autorità necessaria per coordinare adeguatamente i lavori del Consiglio Europeo: il Trattato di Lisbona è troppo vago in tema perché non specifica in modo adeguato i poteri di cui deve disporre e si limita a precisare che sostituirà l’attuale presidenza a rotazione semestrale. Era opinione comune che questa carica sarebbe stata rimodellata in concreto dall’azione personale dei primi che l’avrebbero ricoperta, se fossero stati in grado di ritagliarsi da soli uno spazio adeguato nell’impianto istituzionale europeo: allo stato attuale, il contributo in merito dell’ex-primo ministro belga è pari a zero (ma si spera di essere prontamente smentiti dalle iniziative future).

A tale problema, in questi primi mesi, si è aggiunta addirittura l’assurda diarchia tra presidenza semestrale (spagnola, affidata al premier spagnolo Zapatero) e presidenza stabile (affidata a Van Rompuy), che rende ancora più confuso l’impianto istituzionale europeo.

È impensabile poter affrontare situazioni molto complesse con un impianto istituzionale così farraginoso e confuso. Dobbiamo augurarci, perciò, che i nostri leader europei se ne accorgano e cerchino di porvi rimedio, prima o poi, se non vogliamo diventare una realtà sempre più marginale sullo scenario internazionale, sempre più dominato dal binomio Usa-Cina. 

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