Archivi Blog

UE, Turchia, Israele: quale futuro nei rapporti diplomatici?

L’assalto compiuto il 31 maggio 2010 dalle truppe israeliane ai danni della nave turca Mavi Marmara, diretta a Gaza con un carico di aiuti umanitari per il popolo palestinese, ha avuto conseguenze disastrose nei rapporti diplomatici fra Turchia e Israele e rischia di compromettere definitivamente le relazioni, già a rischio, fra questi due paesi e l’Occidente.

Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano

È vero, infatti, che l’Unione Europea ha avviato già da tempo un rapporto di partenariato con Israele e che con la Turchia sono in corso dal 2005 i negoziati per il suo ingresso nell’UE; negli ultimi mesi, però, i rapporti fra questi due paesi e l’Europa si sono notevolmente raffreddati e la crisi nata dall’assalto israeliano alla nave turca rischia di peggiorare la situazione.

Sono soprattutto i rapporti con la Turchia a preoccupare. Al di là delle critiche all’azione delle truppe israeliane, infatti, non sembra in vista una rottura repentina delle relazioni di Israele con USA e UE: Israele non se lo può permettere, pena il totale isolamento internazionale in un contesto sempre più infuocato come quello mediorientale.

 La situazione è ben diversa, invece, per la Turchia, fedele alleata dell’Occidente per circa mezzo secolo, ma che nell’ultimo decennio ha avviato un riassestamento della sua politica estera, che ha rimesso in discussione il tradizionale filo-occidentalismo kemalista. Il governo Erdogan, al potere dal 2002, da una parte ha fatto richiesta di aderire all’UE (col beneplacito degli USA, per cui una Turchia nell’Unione Europea ne avrebbe rafforzato il rapporto con la NATO); dall’altra, ha approfittato del crollo dell’Unione Sovietica, che ha spalancato le porte all’egemonia turca in Medio Oriente.

Erdogan

Recep Tayyip Erdogan, primo ministro turco

Secondo il ministro della difesa americano, Robert Gates, il rallentamento dei negoziati con l’Unione Europea, dovuto principalmente alle pressioni dell’Europa per il riconoscimento turco della Repubblica di Cipro e ai dubbi di Francia e Germania per la democraticità della Turchia, avrebbe provocato l’abbandono della politica filo-europea e l’accentuazione di quella mediorientale. Secondo alcuni commentatori, invece, come Enzo Bettiza de La Stampa, il governo Erdogan avrebbe semplicemente sfruttato le trattative con l’Unione Europea per indebolire il peso dell’esercito sulla democrazia turca e ottenere così l’autonomia necessaria per accrescere l’influenza di Ankara nell’area mediorientale, anche a costo di compromettere le relazioni con l’Occidente. Erdogan ha, comunque, smentito tutte queste ricostruzioni definendole frutto di una “propaganda malata”.

Al di là delle diverse interpretazioni della sua politica estera, il dato di fatto è che la Turchia si sta progressivamente allontanando dallo schieramento occidentale, per ritagliarsi una posizione più autonoma e riannodare i legami perduti con gli altri paesi islamici. Ne è una prova la recente decisione di votare contro le nuove sanzioni dell’ONU contro l’Iran sulla questione nucleare. Nell’immediato Ankara è destinata a restare fuori dall’UE, e non è detto che sia un male.

Annunci

Austerity: una lezione da imparare.

La crisi c’è, ormai è un dato di fatto anche per noi italiani, che fino a ieri siamo stati, probabilmente in buona fede, rassicurati sulla virtuosa resistenza all’instabilità del nostro sistema economico.

Dallo scoppio della crisi greca,  in Italia come nel resto d’Europa, l’attenzione è puntata sulle manovre economiche in cantiere, ma soprattutto sull’entità del sacrificio con il quale si dovrà in un modo o nell’altro fare i conti.

La Spagna provvederà a tagliare del 5% gli stipendi pubblici nel corso del 2010, Dublino ha già provveduto a farlo per i prossimi due anni,  e la Grecia, punta di diamante della crisi, secondo il  piano dal nome crudo ma evocativo lacrime e sangue, provvederà a ridurli del 16%.

Italia e Portogallo hanno invece optato per un congelamento dei salari dei dipendenti pubblici nei prossimi anni.

Misure impopolari sembrano essere però  il cruccio un po di tutto il ceto politico Europeo;  la Merkel ha dovuto rimandare al 2012 i tagli alle tasse promessi in campagna elettorale,  Sarkozy prova a tenere sotto controllo una spesa pubblica stressata da uno stato sociale tradizionalmente espansivo, il neo-eletto premier britannico David Cameron annuncia di bloccare le assunzioni nel pubblico impiego e promette una forte sforbiciata ai costi della politica a cominciare da quelli governativi, sopprimendo le auto blu per i membri dell’esecutivo.

L’impopolarità di queste decisioni è confermata anche dai sondaggi che vedono le opposizioni guadagnare punti nei confronti delle forze politiche alla guida dei vari paesi membri; ma anche se l’umore degli europei sembra essere ai minimi storici, l’indice di fiducia dei consumatori ha infatti registrato questo mese il secondo peggior valore negli ultimi 20 anni, i cittadini sono  consapevoli delle difficoltà che li attendono.

Mentre si discute su dove e come tagliare, la parola d’ordine che riecheggia sembra essere equità; perchè se i cittadini sono ormai consapevoli dell’austerità che si prospetta, certo non fatta di stenti ma sicuramente foriera di una solida raddrizzata, in particolar modo sotto la voce consumi,  l’obiettivo  dei governi europei deve essere quello di distribuire il peso dello sforzo in modo equilibrato tra le parti sociali.

Le pensioni sono un’altro tasto dolente dei bilanci di mezza Europa, tra aumenti dell’età pensionabile, vedi Grecia e Francia, tagli netti e congelamenti, sembra che gli ultra sessantenni del vecchio continente dovranno abituarsi ad uno stile di vita  ben più morigerato.

Mentre si parla di nuove regole per gestire future crisi e nuove norme di controllo del mercato finanziario e dei suoi attori, i ministri dell’Ecofin si trovano a dover fare i conti con la riduzione del deficit della zona euro che nel 2009 è schizzato al 6,3% del PIL, contro il 2% stimato nel 2008.(dati eurostat)

L’eurozona sembra quindi aver imboccato la strada dell’austerità come rimedio al contagio della crisi greca ad altri paesi membri, in primis quelli economicamente instabili come la penisola ellenica.

Il prestito ottenuto dalla Grecia ha imposto al governo ellenico misure d’austerity che hanno portato il paese ad un passo dal collasso sociale, misure che porteranno ad un calo dell’occupazione ma soprattutto dei redditi e quindi dei consumi, riportando con i piedi per terra uno stato che, dal momento della sua entrata nella zona euro, ha vissuto comunque al di sopra delle sue capacità.

Una situazione che ben conoscono invece i cosiddetti Heavily Indebt Poor Countries (HIPC) africani, i quali ben sanno che  misure d’austerità rischiano di condurre ad una stagnazione del sistema economico attraverso il progressivo deperimento delle attività ancora sane; minando così le prospettive di crescita futura.

Questi paesi “potrebbero spiegare…” alla Grecia e all’Europa “..che non c’è alternativa se non la ristrutturazione del debito”,  naturalmente è inevitabile che questa scelta “comporti perdite anche per gli investitori internazionali, colpevoli di non aver preso le precauzioni necessarie quando hanno concesso i prestiti”. Cit. Jayati Gosh, The Economist.


L’Europa al contrattacco: nuovi limiti agli hedge fund

Dopo la crisi che ha colpito la moneta unica nell’ultimo mese, con un crollo di circa il 15% della sua valutazione rispetto al dollaro, la risposta dell’Unione non si è fatta attendere. Con una decisione che ha suscitato la contrarietà del nuovo governo britannico, i ministri dell’Ecofin hanno deciso infatti di porre seri limiti all’attività degli hedge fund (fondi speculativi) in Europa. Si tratta di una serie di restrizioni e di obblighi che i manager di questi fondi avranno l’obbligo di rispettare per poter ottenere il “passaporto UE”, cioè l’autorizzazione ad operare sul mercato europeo; ad esempio, queste restrizioni colpiscono il “leverage”, cioè il ricorso alla leva del debito: i fondi avranno l’obbligo di rispettare parametri di bilancio molto rigorosi e di limitare il ricorso al debito per finanziare i loro investimenti. Inoltre, le restrizioni sarebbero maggiori per tutti quei fondi di paesi extra-europei che investono sui nostri mercati, compresi i fondi sovrani asiatici e i fondi gestiti da aziende europee ma con sede in paesi terzi (è il caso della maggior parte dei fondi britannici, che costituiscono l’80% dei fondi europei); proprio quest’ultimo provvedimento aveva suscitato la reazione del governo britannico.

La sede della Banca Centrale Europea – Francoforte

Anche se la decisione presa non è ancora definitiva (Consiglio EuropeoParlamento Europeo si pronunceranno entro luglio), la sensazione è che si tratti di una semplice ritorsione dei governi europei contro i presunti responsabili dell’attacco all’euro delle scorse settimane. Al di là delle necessità di maggior trasparenza nei bilanci di questi fondi, auspicabile già da tempo visto che era totalmente inesistente in passato, qualcuno dovrebbe ricordare ai ministri finanziari dell’UE che la caduta dell’euro ha un’origine interna e dipende dalle incertezze (legittime) che i mercati hanno per il futuro economico dell’Europa. La bassa crescita economica e i bilanci pubblici in situazione pietosa non sono invenzioni degli hedge fund, ed è lì, nella debolezza economica dell’Unione Europea, unita alla tradizionale mancanza di coordinamento nelle soluzioni adottate dai singoli paesi, la causa principale della fragilità della moneta unica.

La soluzione, per questo, non sta nel porre sotto un controllo così rigido l’attività degli hedge fund, da cui un Unione Europea più forte e più coesa a livello economico e a livello politico non avrebbe nulla da temere (tanto che gli Usa sono solo marginalmente toccati dal problema, anche se pure il loro debito pubblico comincia ad assumere proporzioni allarmanti). La soluzione sta in un maggior coordinamento delle politiche economiche, finalizzato a un maggior rigore dei bilanci pubblici e al sostegno della crescita economica europea.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: