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Copenhagen… vincitori e vinti

Sullo sfondo della Conferenza è ben visibile e palpabile lo scontro tra i due colossi, Cina e America, i veri protagonisti dell’intero Summit. Uno scontro che ha visto vincitrice la Cina e la sua “politica della non ingerenza”, ben esplicata dalla dichiarazione del capodelegazione cinese Xie Zhenhua: «Noi cinesi abbiamo preservato il nostro interesse nazionale e la nostra sovranità». Le ultime ore di trattative hanno visto un Obama affannato, oltre che nel cercare un accordo, nel cercare gli stessi delegati di Cina e India, opportunamente scomparsi nei meandri dei propri alberghi.

Ai margini delle trattative Ue e Giappone, snobbati dal Presidente americano. L’Ue in particolare ha portato avanti le sue istanze con dichiarazioni coraggiose, offrendosi immediatamente per il finanziamento del Fondo “Fast Start” e proponendo una riduzione del 30% delle emissioni entro il 2020. Una marginalizzazione ben espressa dalla delusione del Presidente Sarkozy e dal “nervosismo” a fine Conferenza della Cancelliera Merkel.

Tuttavia non è detto che il bilancio del Consesso sia totalmente negativo. I due principali protagonisti della scena dell’inquinamento globale, Stati Uniti e Cina, che totalizzano assieme il 41 per cento delle emissioni, sono stati coinvolti nel processo di stabilizzazione del clima. Erano ai margini della scena e sono diventati attori. Entrambi hanno buoni motivi per fare di più sia per fuggire da un problema crescente che per rafforzare la parte più dinamica delle loro industria, quella che si candida a conquistare un ruolo di primo piano nel settore della green economy. Aspettare il prossimo vertice internazionale? O sarà troppo tardi per il destino del pianeta?

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Disfatta Copenhagen?

Il clima aspettava la svolta e invece è delusione. La salute del pianeta sembra essere rimandata a data da destinarsi. È una fine con più ombre che luci questa della 15esima Conferenza delle Parti della Convenzione Onu sui cambiamenti climatici. Il risultato di un lavoro mastodontico e di una partecipazione mai vista a queste Conferenze è un accordo minimo, in 12 punti, non vincolante né a livello politico né legale.

Una Conferenza concitata, piena di colpi di scena, arresti e riprese. Si pensi all’abbandono dei lavori da parte dei Paesi africani nel mezzo della settimana, riconquistati dalla presidenza danese solo dietro promessa di una maggiore attenzione agli impegni post-Kyoto dei Paesi industrializzati. O ancora alle ambigue dichiarazioni cinesi, che ora manifestano la sfiducia in un accordo vincolante, ora la necessità di una soluzione alle problematiche climatiche. Un summit tacciato di antidemocraticità, in particolare dai paesi latini, visto il frequente ricorso a riunioni ristrette, tra “quelli che contano”, complice la presidenza danese, accusata di poca trasparenza dai PVS. Un accordo che, a fronte di una partecipazione epocale (si contano ben 42.515 presenze al 14 dicembre) è stato deciso negli ultimi attimi disponibili, in una riunione ristretta a Cina, India, Sudafrica e America, sulla spinta di un Obama preoccupato dall’influsso del fallimento del Vertice sulla sua immagine.

Copenhagen… verso un nuovo accordo sul clima? [part2: le posizioni in campo]

grande attesa, dopo le dichiarazioni d'inizio mandato, per il ruolo che assumerà il Presidente USA

Nonostante le ottimistiche parole di Rasmussenn all’apertura dei lavori, “Vogliamo un accordo forte e ambizioso” e l’importante dichiarazione dell’Agenzia Americana per la Protezione dell’Ambiente, “i gas serra sono pericolosi per la salute umana”, subito cala il gelo: la CINA fa sapere che raggiungerà un picco tra il 2030 ed il 2040. Solo dopo comincerà a diminuire le proprie emissioni inquinanti. Il paese si ritiene “in via di sviluppo”  e quindi rifiuta di fissare obiettivi. L’indomani Pechino tiene ancora i riflettori su di sé: rilancia con gli Stati Uniti e chiede al presidente Barack Obama di aumentare l’offerta di tagli alle emissioni inquinanti. In cambio, offre un ruolo “costruttivo” nelle trattative del summit, il cui esito dipende maggiormente da Cina e Usa che, insieme, emettono il 40% del totale dei gas serra. Lo riferisce, in un’intervista alla Reuters, il capo negoziatore cinese al vertice di Copenaghen, Xie Zhenuha. Per Pechino i tagli devono ammontare di almeno il 25-40% entro il 2020.

Anche se tardivamente, MOSCA fa sentire la sua voce: è ‘inutile’ estendere la validita’ del protocollo di Kyoto , è “necessario” un nuovo documento. Lo ha detto a Mosca, commentando il dibattito al summit sul clima, Aleksandr Bedritski, consigliere presidenziale per i problemi del clima. Bedritski ha aggiunto che, a suo avviso, i meccanismi finanziari del protocollo di Kyoto saranno conservati e ha escluso l’intenzione della Russia di vendere all’estero quote di emissione di gas serra.

Dal canto suo l’UE si impegna per 7,2 miliardi di aiuti immediati dal 2010 al 2012 per i Paesi più vulnerabili al clima. In questo modo l’Ue si farà carico di un terzo del fondo “fast start” (avvio rapido) destinato ai aiutare i Paesi più poveri, il cui bisogno è stimato in sette miliardi di euro l’anno, pari a 21 miliardi di euro per i tre anni.

Anche il “popolo del clima” ha fatto sentire la sua voce; un fiume di 30.000 persone, secondo la polizia, 100.000 secondo i manifestanti, ha invaso le vie di Copenaghen. Un corteo allegro e colorato, tra palloncini e panda giganti che soffrono il caldo. Non sono mancati purtroppo gli scontri, anche se rimangono episodi isolati. Sono stati fermati tra i 600 e i 700 manifestanti.

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